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Cosimo Rega, ex camorrista ed adesso attore e scrittore, questa sera dialogherà con gli spettatori al Moderno
«Il teatro mi ha salvato la vita»
pubblicato il 12 ottobre 2017 alle ore 16:07

La durissima realtà del carcere, in questo caso senza via di fuga (con l’ergastolo, il “fine pena mai”) e il teatro come arma
di redenzione, di riscatto, di speranza. L’incontro con Cosimo Rega di stasera (giovedì) alle 20.30 al Moderno, in via San Pio V a Vigevano, non sarà privo di emozioni e suggestioni profonde.
Lui, 65 enne, ex camorrista, sta scontando la sua pena. Ma nel frattempo ha vinto un Orso d’Oro al Festival del cinema di Berlino nel 2012 col film “Cesare deve morire”, diretto dai fratelli Taviani. A Vigevano presenterà la sua autobiografia, “Sumino ‘o Falco”, che ha richiesto quattro anni di lavoro.

«Ma - chiarisce subito lui - il titolo non c’entra con la camorra. “Sumino”, dalle mie parti, è il diminutivo di “Cosimo”. E “Falco” è il soprannome con cui, da sempre, è conosciuta la mia famiglia».
Che cosa ti ha veramente salvato e fatto cambiare vita?
«Dietro le sbarre ero riuscito a crearmi un pezzo di paradiso. Non l’ho nemmeno cercato. Ma ero arrivato a un punto di non ritorno anche nei rapporti coi miei familiari, gente per bene. All’inizio il teatro mi serviva per passare la giornata, per non pensare. Poi è diventato una magia, non più un passatempo. Dovevo essere il suo servitore, non servirmene. Ho iniziato a studiare, non volevo che i miei nipotini avessero un ricordo pessimo del loro nonno, dei crimini che ha compiuto. Il teatro per me è stato quello che Virgilio fu per Dante».
Cosa vuoi comunicare al pubblico del Teatro Moderno?
«La mia vera speranza è quella di parlare con gli spettatori. Di avere un dialogo con loro e che mi facciano delle domande, anche forti. Le persone non hanno l’esatta percezione della camorra. Si sa poco dei meccanismo che porta un ragazzo a sbagliare: spesso non ci sono alternative e ci vuole pochissimo per scivolare. I guadagni facili, la bella vita. E i giovani si perdono. Ci vuole poco a diventare camorristi dove non ci sono ideali e modelli positivi, dove i valori vengono distrutti, dove non c’è cultura. Io voglio parlare di questo. Vorrei che la gente ne parlasse con me».
Parli spesso di “cultura” come rimedio ai problemi e alla quotidianità del carcere.
«Certo. Le carceri hanno un’anima (negativa) che ti avvolge, insieme alle loro regole. Chi ci vive molte volte è vittima dell’ignoranza. Non ha potuto costruire da ragazzo un edificio sociale e un suo humus culturale. Ma poi, in prigione, la “criminalità” diventa “cultura” e si combatte contro la cultura vera. Trovo sbagliato costruire carceri dentro le carceri: bisogna invogliare le persone alla conoscenza. Se si riuscisse a salvarne anche solo uno sarebbe già un grande traguardo. I detenuti si abituano a cose che fuori sono anormali. Loro le trovano normali. Ma, e voglio precisarlo assolutamente, si tratta di persone che hanno sbagliato. che hanno fatto del male. Devono accettare di essere stati dei carnefici ma comunicare con la cultura, con la conoscenza, con l’arte i loro errori e trovare la loro strada positiva. Non c’è un altro modo, davvero».

Video: https://www.youtube.com/watch?v=Jdz25rPjqdo

Davide Maniaci
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