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La docente di filosofia della Sorbonne ospite ieri mattina alla #RassegnaLetterariaVigevano
Michela Marzano e l'amore che resta
pubblicato il 16 ottobre 2017 alle ore 22:58

«E' possibile cambiare? Ma soprattutto cosa significa cambiare e a quali condizioni è possibile farlo?» Queste le domande dalle quali ha preso il via la lectio magistralis di Michela Marzano, docente di filosofia morale alla Sorbonne, domenica mattina nell'ambito della sedicesima Rassegna Letteraria di Vigevano. Partendo dai diversi tipi di cambiamento che affrontiamo nel corso della vita - necessari (nascere, crescere, morire), volontari (dove entrano in gioco forza di volontà e fiducia) e involontari - «questi ultimi ci costringono a riposizionarci rispetto a quanto avvenuto: una malattia, un licenziamento, la perdita di una persona cara», ha spiegato la Marzano. «La prima reazione, in genere, è la denegazione cui fa seguito la rabbia e, infine, la resignazione». Ma quale è il rapporto tra cambiamento e responsabilità? «Viviamo in un'epoca in cui, fin da piccoli, ci viene ripetuto che "volere è potere", ma ciò il più delle volte si risolve in una delusione fortissima perché i limiti del reale fanno da barriera all'onnipotenza del volere». La conseguenza? «Il senso di colpa alimentato da questa retorica». Ma anche «uno dei grandi problemi di oggi, la violenza di genere, che scatta ogni qualvolta c'è una frustrazione, quando l'altro non lo si controlla, sfugge, ha una sua autonomia. Cancellare l'altro attraverso la violenza è il voler esercitare un controllo laddove non basta volere per potere». Questo, naturalmente, non significa che non ci sia una implicazione della nostra responsabilità quando si decide di cambiare. «Ma un conto è assumersi la responsabilità di ciò che si fa, altro di ciò che si è. La psicanalisi ci insegna che ci sono cose di noi che non cambiano. Non si cambia, ma ci si accetta. Ciò che cambia è l'accettazione di ciò che si è». Vi è poi «l'insostenibile peso del cambiamento, che riguarda il cambiamento non voluto, subito. Come è possibile riposizionarsi, come trovare modo per andare avanti? Per voltare pagina, occorre prima avere metabolizzato il contenuto di quella pagina. Occorre rendersi conto di ciò che si è perso, ma anche di quello che resta». Proprio come ci racconta nel suo ultimo libro "L'amore che mi resta", dove l'autrice dà voce a una madre  (Daria) e al suo struggente dolore per il suicidio della figlia (Giada). «Venti anni fa stavo male e pensavo che l'unico modo per smettere di stare male fosse smettere di vivere - ha confidato l'autrice - A differenza di Daria, mia mamma ritrovò sua figlia. Dopo tanti anni mi sono chiesta come avrebbe reagito mia madre se non fossi sopravvissuta. Ho scritto questo libro partendo dall'assenza di parole: un marito che perde la moglie è vedovo, chi perde i genitori è orfano. Ma chi perde un figlio? Non esiste una parola che definisca questa perdita. Perché è un perdita contro natura. Questo libro nasce per accompagnare con le parole i genitori, ma anche i fratelli e le sorelle, che subiscono questo tipo di perdita. Bisogna smetterla di cercare il "perché", ma domandarsi "come" ricominciare. Da quello che resta, l'amore costruito e i ricordi di quell'amore, che diventano un punto di partenza, non per rassegnarsi, ma per integrare il cambiamento».

Annalisa Vella
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