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Simone Cristicchi porta al Cagnoni la storia di David Lazzaretti, il “Cristo dell’Amiata”
"Il secondo figlio di Dio"
«Questa è una storia che, se non te la raccontano, non la sai». Lo sostiene Simone Cristicchi, ospite a Vigevano oggi e domani, ed è proprio così. Centotrenta anni fa c’è stato un uomo in cima ad una montagna che, davanti a una folla di quattromila persone che lo adoravano, si era proclamato la reincarnazione di Gesù. Finì malissimo: David Lazzaretti, il “Cristo dell’Amiata”, fu ucciso poco dopo, il 18 gennaio 1878, lasciando impregnata di sangue l’utopia di un mistico “di campagna”. La sua epopea, quella de “Il secondo figlio di Dio”, sarà narrata stasera (giovedì 11) e domani alle ore 21 sul palco del teatro Cagnoni. Il mattatore sarà Simone Cristicchi, cantautore fuori dagli schemi, che al suo racconto appassionato da “musical civile” inframmezzerà brani inediti, composti per l’occasione. Il canto come veicolo di accento critico ed emozionale in grado di dilatare, ancora di più, l’afflato di un racconto “eretico”.
pubblicato il 11 gennaio 2018 alle ore 09:58

Da figlio di un carrettiere a predicatore eretico con migliaia di seguaci, con il sogno (rivoluzionario per i tempi) culminato nella “Società delle Famiglie Cristiane”, equa, fondata sull’istruzione, la solidarietà e l’uguaglianza. Un proto-socialismo che si ispirava al Vangelo, conclusosi in un bagno di sangue quando David Lazzaretti – “il secondo figlio di Dio” – fu ucciso dai carabinieri durante una processione nel 1878, insieme a tre accoliti. «Questa storia incredibile – racconta Simone Cristicchi, il “canta-attore” che farà rivivere la saga tragica del “Cristo dell’Amiata” – continuava a ripresentarsi davanti a me per strane casualità, come se mi cercasse. Frequento molto la zona, l’Amiata è un vecchio vulcano isolato ed il monte più alto della Toscana. Lì questa figura è ancora sentita. La vicenda è “minore”, ma mi ha folgorato».
Come hai deciso di raccontarcela?
«Io sul palco sarò un narratore senza nome, la cui identità si saprà soltanto nel finale, vestito con abiti dell’epoca. Con me ci sarà soltanto un grande carro, l’unico oggetto in scena, che si trasformerà tante volte. Si tratta di un esperimento per mantenere alta l’attenzione. Sarò il cantore di questa avventura mitica ed affascinante e di una figura portavoce di istanze modernissime, come la parità di genere o anche l’Europa Unita».
Sarebbe possibile ai giorni nostri un personaggio come David Lazzaretti?
«Nel corso della storia si sono sempre manifestate queste figure con una visione più ad ampio raggio, che hanno indicato nuove strade. Penso a San Francesco, a Gandhi. Ci sarebbe bisogno anche adesso di reinventare la realtà, di far scattare una scintilla primordiale. E di rendersi conto che ognuno di noi è una “divinità potenziale” e può plasmare la realtà. Il mio messaggio, e forse anche quello del “Cristo dell’Amiata”, è quello di far prendere coscienza a tutti della grande opportunità che hanno di lasciare una “traccia” nel mondo. Quindi sì, con le dovute differenze personaggi del genere sarebbero ancora concepibili».
Hai portato sul palco prima “Magazzino 18”, uno spettacolo che approfondisce la storia dimenticata degli esuli italiani dall’Istria. Poi la
“rivoluzione possibile” di Lazzaretti. Cosa ti riserva il futuro, cosa stai per fare?

«Di sicuro non inciderò un album. L’attività teatrale è ormai diventata la mia vita e ha preso il sopravvento, mi coinvolge troppo. Sono diventato direttore artistico del Teatro Stabile d’Abruzzo all’Aquila ed è una grande responsabilità, dato che condiziono le attitudini del pubblico. Nessun album, ma non smetto di scrivere canzoni nuove come quelle che scandiscono questo spettacolo».

Davide Maniaci
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