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Venerdì alle 21, in Cavallerizza, Marcello Veneziani e Toni Capuozzo
Il Sessantotto? "Un fallimento epocale"
Cosa resta del '68, dopo cinquant'anni? Una serata - con l'eloquente sottotitolo "Ideali, incubi, rabbie" - nella quale Marcello Veneziani (nella foto) e Toni Capuozzo, giornalisti e opinionisti di spessore, cercheranno di rispondere a una domanda che crea ancora divisioni. L'incontro sarà domani, venerdì, alle 21 nella Cavallerizza del Castello nell'ambito della Rassegna letteraria e sarà moderato da un loro collega, Luigi Mascheroni. Ecco l'intervista integrale, versione estesa dell'articolo pubblicato sull'Informatore Vigevanese del 25 ottobre.
pubblicato il 25 ottobre 2018 alle ore 23:23
Marcello Veneziani

Proprio Veneziani, autore di "Rovesciare il '68" (Mondadori) anticipa alcune sue argomentazioni, dal taglio critico.

Facendo i conti 50 anni dopo con eredità e macerie, paragoniamo le due generazioni, quella e questa attuale: nel '68 c'era una forma di ribellione esasperata, di ricerca anche di un gusto estetico. Adesso sembrano tutti mansueti, conformisti, la satira e le battute sono quasi solo su argomenti di cui in realtà non si conosce niente. Perché è sparita la contestazione?

«La contestazione finì nell’utopia, nel sangue e nel fumo. L’utopia si rivelò naturalmente irrealizzabile e creò frustrazione. Il sangue funestò gli anni di piombo che seguirono alla ribellione. E il fumo delle droghe avvolse coloro che spostarono la ribellione sul piano individuale e psichedelico. Il grosso del ’68 diventò conformismo, si fece costume, dissoluzione della società tradizionale, la famiglia, la scuola, l’università, i genitori, il sesso. Oggi se parli di rivoluzione pensano a una nuova versione dello smartphone».

Perché, nonostante le bombe metaforiche e reali esistono pochissimi film cult, o romanzi cult, ambientati durante le contestazioni del ’68?

«Perché il 68 non è legato ad alcun evento epocale, non ci fu nessuna presa del Palazzo d’Inverno o della Bastiglia, il ’68 è povero di storia e di grandi avvenimenti, fu un clima, un’atmosfera. E ponendosi come contestazione privilegiò il lato iconoclastico, distruttivo, irriverente, non generò capolavori né opere destinate a durare».

Come sono adesso gli ex sessantottini? C'è una loro colpa oggettiva del baratro dove siamo precipitati, siano l'educazione dei figli o gli sprechi?

«Mi pare evidente il nesso tra il tipo di famiglia, di scuola, di università, di società che viviamo e quella generazione che diventò egemone, andò al potere o comunque edificò il Canone a cui attenerci. I loro fallimenti si rispecchiano nei fallimenti della nostra società. Ma onestà mi impone di dire che quel fallimento diventò epocale e plurigenerazionale, non si limitò a colpire il ceto venuto dal ’68».

Ma ci sono dei pregi, di quegli anni? La società non è migliorata?

«Nessun evento storico è male assoluto, il ’68 ha sicuramente lasciato alcune eredità positive, per esempio nella considerazione della donna, nell’effervescenza creativa, nella maggiore sensibilità all’ambiente… Ma prevalsero di gran lunga i lasciti peggiori, lo sfascismo, la dissoluzione di rapporti, tradizioni, modi di vivere, la caduta di credibilità delle istituzioni, il degrado del senso pubblico, la perdita della meritocrazia, l’arroganza e l’ignoranza militante».

Come possiamo, di fatto, "Rovesciare il '68"?

«Ripristinando l’equilibrio tra diritti e doveri, libertà e limiti, responsabilità e meriti, ricollegando le generazioni, liberandoci dalla dittatura del presente e riaprendoci al passato, al futuro e alla tradizione che abbraccia ambedue. Rovesciare il '68 vuol dire tornare alla realtà con passione ideale, amare prima di indignarsi, costruire prima di sfasciare, accettare i propri limiti prima di ribellarsi, capire che il mondo non è solo un display per il nostro io, per i suoi desideri e per il suo narcisismo...».

Davide Maniaci
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