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Nella nostra provincia la produzione è di 550mila tonnellate
Riso, scatta l'obbligo dell'etichetta
pubblicato il 13 febbraio 2018 alle ore 14:55

Sono circa 550mila le tonnellate di riso prodotte in provincia di Pavia, che rappresenta oltre il 35% di tutte le risaie italiane e l’85% di quelle lombarde, confermandosi prima provincia risicola d’Europa e regina del Carnaroli con oltre l’80% della produzione regionale di questa pregiata varietà nonostante la crisi che sta colpendo il settore. È quanto afferma Coldiretti Pavia in occasione dell’entrata in vigore dei due decreti interministeriali sull’indicazione dell’origine obbligatoria in etichetta del riso e del grano per la pasta, dopo 180 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che cade esattamente il 13 febbraio per il riso e il 14 febbraio per la pasta. L’etichetta di origine obbligatoria – spiega Coldiretti – mette fine all’inganno dei prodotti importati, spacciati per nazionali, in una situazione in cui un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero, come pure un pacco di riso su quattro senza che questo fosse fino ad ora indicato in etichetta. Una scelta applaudita dal 96% dei consumatori che - sottolinea Coldiretti - chiede venga scritta sull’etichetta in modo chiaro e leggibile l’origine di tutti gli alimenti e confermata in Italia anche dal Tar del Lazio che ha precisato come sia “prevalente l’interesse pubblico ad informare i consumatori considerato anche l’esito delle consultazioni pubbliche circa l’importanza attribuita dai consumatori italiani alla conoscenza del Paese di origine e/o del luogo di provenienza dell’alimento e dell’ingrediente primario”. Escono finalmente dall’anonimato e saranno riconoscibili nelle etichette della pasta 4,3 miliardi di chili di grano duro italiano che insieme ai 1,5 miliardi di chili di riso garantiscono all’Italia il primato in Europa. In Lombardia – spiega la Coldiretti – la coltivazione del riso si concentra soprattutto nella provincia di Pavia, primo territorio risicolo d’Europa con oltre 81mila ettari seminati nel 2017, seguita dalle province di Milano (quasi 14mila ettari), Lodi (2.500) e Mantova (1.300).
Secondo quanto previsto dal decreto – spiega la Coldiretti – le confezioni di pasta secca prodotte in Italia  dovranno d’ora in poi avere obbligatoriamente indicato in etichetta il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello di molitura; se proviene o è stato molito in più paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, le seguenti diciture: paesi UE, paesi NON UE, paesi UE E NON UE. Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”. L’indicazione in etichetta dell’origine per il riso deve riportare le diciture “Paese di coltivazione del riso”, “Paese di lavorazione” e “Paese di confezionamento”. Qualora le fasi di coltivazione, lavorazione e confezionamento avvengano nello stesso Paese, può essere recata in etichetta la dicitura “origine del riso”, seguita dal nome del Paese. In caso di riso coltivato o lavorato in più Paesi, possono essere utilizzate le diciture “UE”, “non UE”, ed “UE e non UE”. I prodotti che non soddisfano questi requisiti immessi sul mercato o etichettati prima dell'entrata in vigore dello stesso, possono essere commercializzati fino all'esaurimento scorte. “Sarà così smascherata l’invasione di riso straniero favorita dal regime particolarmente favorevole praticato nei confronti dei Paesi Meno Avanzati (accordo EBA) – spiega Wilma Pirola, presidente di Coldiretti Pavia - che prevede la possibilità di esportare verso l’Unione Europea quantitativi illimitati a dazio zero di riso che non offre certo le stesse garanzie di sicurezza alimentare e di rispetto dei diritti dei lavoratori del prodotto nazionale”. Nell’ultimo anno – spiega Coldiretti – in Italia sono aumentate del 736% le importazioni di riso dalla Birmania, raccolto anche sui campi della minoranza Rohingya costretta a fuggire a causa della violenta repressione. Ciò ha causato una spirale speculativa insostenibile, con gli agricoltori italiani che oggi devono vendere ben 4 chili di risone per pagarsi un semplice caffè. Mentre nell’ultimo anno il prezzo di un chilo di riso sullo scaffale è rimasto pressoché stabile, con un valore medio di circa 3 euro, i prezzi riconosciuti agli agricoltori hanno fatto registrare contrazioni consistenti per le principali varietà di riso che vanno dal -58 % per l’Arborio al - 57 % per il Carnaroli, dal -41 % per il Roma al -37% per il Vialone Nano. La situazione è drammatica e mette a rischio il primato nazionale in Europa dove l’Italia – rileva la Coldiretti - è il primo produttore di riso con 1,50 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende di 234.300 ettari, che copre circa il 50 % dell'intera produzione UE con una gamma varietale del tutto unica.
Sotto accusa per la Coldiretti ci sono i comportamenti delle industrie di trasformazione che approfittano dell’aumento insostenibile della forbice dei prezzi tra produzione e consumo e non si impegnano per sviluppare contratti di filiera con prezzi adeguati che sono l’unico modo per garantire al produttore remunerazioni sopra i costi di produzione e tutelare la risicoltura Made in Italy. In questo senso è importante che giunga a buon fine la richiesta all’Unione Europea di adozione di misure di salvaguardia europee nei confronti dell’importazione di riso greggio asiatico del tipo indica ma – conclude la Coldiretti – una svolta è anche rappresentata dall’obbligo di indicare l’etichetta di origine che consente di fare scelte di acquisto consapevoli e decidere se comperare il riso ottenuto in Paesi lontani con lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente o quello coltivato in modo sostenibile in Italia con il lavoro di generazioni di agricoltori.

Mario Pacali
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